MOACYR BARBOSA, RICORDO DI UN VERO CAMPIONE


Alcuni argomenti, per quanto abusati, continuano a godere di un fascino e di una forza storica difficilmente scalfibile. E' il caso del cosiddetto "Disastro del Maracanà"; la partita che vide di fronte Brasile ed Uruguay, nella finale di coppa del mondo nel 1950. Di quel match si sa praticamente tutto. Il Brasile, certo di vincere -gli sarebbe bastato un pareggio- entrò in campo circondato da migliaia di tifosi pronti a festeggiare. L'Uruguay, timoroso, impaurito, entrò in campo con la certezza di non aver nulla da perdere. Il resto è storia: gol di Friaça al quarantasettesimo, pareggio di Schiaffino al sessantanovesimo e rete del vantaggio siglata da Ghiggia al settantanovesimo. Gli spalti gremiti si svuotarono, almeno dieci persone morte di infarto al fischio finale, ambulanze in continuo movimento, entravano ed uscivano dal campo, Ademir -che conquistò il titolo di capocannoniere alla fine del torneo con 9 reti- che sviene ripetutamente negli spogliatoio per le crisi di pianto, migliaia di persone che perdono tutto, avendo scommesso persino la casa sulla vittoria del Brasile. Questa triste storia si conosce bene, ma penso che serva sempre parlarne, o per lo meno, ogni qual volta c'è occasione, proprio perchè anche questo è il futbol; la sua forza sociale divalica ogni confine, razionale e non. La felicità di una vittoria non è inferiore all'amarezza per una sconfitta. In tutto questo però, un uomo, un uomo solo -nel vero senso della parola- dovette subire per anni, il peso di quella sconfitta: Moacyr Barbosa, l'allora portiere della nazionale verdeoro -interessante come dopo la finale, la federcalcio decise di cambiare per sempre la maglia del Brasile, sostituendo la maglietta bianca, con quella che noi ora conosciamo-. La storia di Barbosa è più nota oggi, di quanto non fosse nelle epoche passate, e penso meriti di essere raccontata sempre, per comprendere come certi meccanismi prescindano dal talento e dalla bravura, andando a sposarsi con situazione paradossali in cui una sola persona finisce per diventare il capro espiatorio di un intera nazione. Portiere del Vasco da gama -considerato tutt'ora il miglior portiere della sua epoca in brasile-, Barbosa sarà ritenuto per tutta la vita, il responsabile principale di quella tragedia calcistica. Il goal subito da Ghiggia, per sua stessa ammissione, lo perseguiterà per sempre. Successe quello che succede sempre quando l'ignoranza prende il sopravvento sulla ragione. Iniziarono a dire, che portasse sfortuna, evitandolo quando lo vedevano passare per strada. Si dice fosse una persona molto buona, abituata a sorridere più che ad innervosirsi, e così fece, continuando a vivere senza polemiche, in compagnia della moglie, forse una delle poche persone che ebbe accanto fino alla fine dei suoi giorni. Emblema del Brasile del 1950 in preda a enormi contraddizioni razziste-ospitava i peggiori criminali nazisti come Mengele e Gustav Wagner per poi discriminare i neri della sua nazione- Barbosa fu accettato perchè a parare era il migliore. Paradossalmente, proprio in quel mondiale, fu eletto miglior portiere della manifestazione, ma questo non bastò a tranquillizare il popolo brasiliano, ferito nell'anima per quella sconfitta. Si commette sempre un grande errore quando, nel calcio, si accusa un determinato giocatore, in particolar modo il portiere; vale a dire: se il pallone arriva davanti al portiere, si può star sicuri, che l'errore è già stato commesso. L'ultimo difensore è solo l'ostacolo finale, c'è un intera squadra da superare per arrivarci. Ma si sa, non funziona così e Barbosa, solo lui, fu il colpevole. E gli anni passarono, rimase titolare della nazionale carioca fino al 1953, quando durante uno scontro si fratturò tibia e perone. Continuò a giocare per vari clubs fino a quando tornò nel Vasco da gama che lo aveva reso grande. La vita continuò, pur nell'indifferenza e nell'ostilità; si arrivò a definire il termine Barbosa alla stregue di un ingiuria. Morì di attacco cardiaco il 31 marxo del 2000, ma l'episodio più triste, di questa lunga vita e di questa ingratitudine immeritata, è sicuramente relativo al periodo precendete i mondiali di USA 94. Barbosa si recò al ritiro della nazionale brasiliana per potervi assistere, ma anche in quel frangente, 43 anni dopo, il presidente della federcalcio brasiliana, gli impedì di entrare. La storia si chiude così, come tutte le storie tristi. Ma qui c'è qualcosa di diverso; non è più l'ex campione dimenticato da tutti, che muore da solo, come accadde con Garrincha, ma l'ex campione ricordato da tutti e da tutti volutamente ignorato, che muore da solo. Un epilogo più triste, difficilmente si riesce ad immaginarlo. Questo è un piccolo, contenuto omaggio ad un uomo capace di portare sulle spalle, il peso dell'insoddisfazione di un popolo, sorridendo sempre, lamentandosi di rado, mantenendo sempre un contegno superiore. Niente auspici per il futuro. Non so se avverranno di nuovo fatti affini a questo. Non lo so. So solo che alla fine, quello che resta, è una storia triste, amara, desolante, nella quale non c'è spazio per la speranza, ma solo per un punto, un punto che conclude.
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IL GOL E' SOLO ALLA FINE

Costruirsi delle opinini non è cosa facile; ancor più complicato è construirsene di originali. Questo avviene in ogni campo del vivere e del sapere. Per Kant la prima forma di conoscenza, è frutto dell'eseperienza. Come a dire, da bambini si inzia a capire che urtare il gomito, ad esempio, contro uno spigolo, causa dolore: non lo si è letto in nessun libro ma lo si capisce perchè l'informazione ci arriva diretta, nella sua forma più pura. Oggi farsi delle idee, prescinde dall'esperienza. Sarebbe impossibile parlare solo di ciò che si conosce in prima persona; non si potrebbe più discutere della seconda guerra mondiale, a meno che non la si sia combattuta e lo stesso dirscorso potrebbe estendersi a tantissime altre categorie. Possiamo tranqullamente evincere che oggi, i contenuti delle nostre discussioni, non nascono dall'esperienza, ma dalla curiosità, dallo studio, dall'applicazione; di conseguenza la nostra capacità di creazione delle idee, delle opinioni, dipende direttamente da fattori esterni come giornali, televisione -aimè-, internet ed altri mezzi di comunicazione più o meno in voga. Una persona che voglia avere una propria opinione su un fatto di cronaca, di politica o di qual si voglia argomento, è "costretta" ad andarsi a leggere le impressioni altrui -leggerne più di una magari-, per mettere insieme le componenti necessarie. Il calcio, in quanto aggregatore sociale di dimensioni imponenti, non sfugge da questo meccanismo. Purtroppo i nostri, sono giorni di idee che tendono ad assomigliarsi un pò tutte, il che rende difficile il manifestarsi di impressioni realmente personali. Ci si accomoda nel salotto che più ci piace. Altrui, naturalmente. Sono stati scritti testi molto importanti sul concetto di manipolazione delle idee, e di certo non li riproporrò in questa sede. Il calcio, dunque, non è esente da questo tipo di discorsi. Si faccia una prova, si cerchi una delle tante classifiche -queste eterne dogmatiche classifiche- dei più forti calciatori di tutti i tempi. Quanti mediani trovate? quanti difensori? quanti uomini di fatica? pochi, veramente pochi, dico io. Provate a chiedere, ad un individuo qualunque, chi sia il miglior giocatore attualmente in circolazione: senza dubbio vi risponderà con i gettonatissimi Cristiano Ronaldo e Messi. Domandategli perchè. La risposta sarà scontatissima, così come scontatissime sono le motivazioni che riducono al solo fantasista, il primato di "migliore al mondo". Mettiamo in chiaro una cosa: non è mia intenzione sminuire il valore di questi calciatori, assolutamente, sarebbe una bestemmia; cerco solo di ragionare, evitando di incappare nella banalità. Mi sono spesso domandato, come si vincono le partite? senza dilungarci sulle variabili infinite che questo gioco ci offre, possiamo tranquillamente rispondere: segnando più dell'avversario. Così si vincono le partite. Ma, se bisogna fare almeno una rete in più dell'avversario, questo significa, automaticamente e senza ombra di dubbio, che bisogna prenderne una in meno, di rete. Ma allora perchè chi segna ha sempre più spazio di chi difende, se a parità di obiettivi, hanno compiti pressochè identici? -uno segnare e l'altro evitare che questo accada, quindi vincere- quanto vale una squadra con grandi fantasisti, ma con centrocampisti che non sanno creare gioco, o con difensori incapaci di difendere adeguatamente, di tenere le posizioni? è chiaro: il fantasista offre spettacolo, ed oggi questo vale più di qualunque altro concetto. Un buon reparto difensivo, un difensore diligente, ha meno probabilità di pubblicità legata all'immagine di un Cristiano Ronaldo o di un Robinho, e lungi da me voler ridurre tutto a questo, ma non credo sia una componente da sottovalutare. Con i calciatori appena citati, si entra in un mondo estraneo al giogo delle posizioni, dell'attenzione, della copertura; si entra nel mondo del mito. Il calciatore che con l'idea, il guizzo, risolve tutto, è una sorta di eroe, molto simile ai condottieri che a capo degli eserciti, solcavano i mari o percorrevano le terre. Così oggi ci si ritrova ad avere un idea personale, sul giudizio di un giocatore, senza magari aver mai messo piede in uno stadio; naturalmente ben venga, si tratta di uno sport popolare e nessuno propone verità assolute, ma forse sarebbe più utile per la salute delle nostre idee, fermarci a ragionare un attimo in più, prima di parlare. E' interessante l'esempio di David Beckham, uno dei calciatori più sponsorizzati al mondo. George Best -altro calciatore che ha goduto di un enorme pubblicità- dichiarò in un intervista nel 2000 che Beckaham "non sa calciare col sinistro, non sa colpire di testa, non sa contrastare e non segna molto. A parte questo è un buon giocatore." Beckham nel 2000 aveva 25 anni, e non era di certo il calciatore che conosciamo oggi, viveva il pieno della maturità calcistica, eppure, un icona del calcio inglese, lo definì praticamente un giocatore comune. Questo ebbe naturalmente poco peso, sulle sorti delle sue pubblicità o sulle opinioni dei suoi estimatori, ma non importa. Da un lato abbiamo orde di fan, di giornalisti, di estimatori e dell'altra un ex calciatore. Le opinioni sono contrastanti, ma nessuno può individuare in quale delle due, vi sia la verità. Resta però il fatto che il calcio, non è uno sport individuale, ma collettivo. L'individualità del calciatore funziona solo con il collettivo, non si può prescindere da questo. Sorrido quando ascolto i nomi di calciatori capaci di "cambiare le partite da soli". Non nego che questo possa succedere, ma siamo sicuri, che su un campionato di 38 partite, funzioni sempre in questo modo? 1 contro altri 11? non credo proprio. Forse il calcio per i più, è solo un passatempo, al quale dedicare giusto il week end, per altri sarà una valvola di sfogo, o forse no. Non posseggo leggi eterne. Penso però che i media contribuiscano a spoetizzarlo, ad appiattirlo, così come fanno con tutto il resto. Sarebbe bellissimo andare allo stadio e vedere che i bambini, invece di indossare le maglie di Messi, di Cristiano Ronaldo, di Kakà, in un impeto di follia, chiedessero ai loro padri di acquistare magliette di Sandro Salvadore, Giorgio Ferrini, o dei più recenti Vierchowod, Bergomi o Baresi. Quei calciatori privi di urgenze da spettacolo. Quanto sarebbe educativo tutto questo. Immagino il discorso, il calcio come metafora di vita, il padre insegna al figlio che le cose belle, grandi, preziose, si costruiscono col tempo, partendo dal basso, poco a poco; le si porta avanti, difendendole tenacemente, attraverso il passare dei giorni. Facendosi strada fra intemperie, difficoltà, per passare alla fase successiva; i sacrifici come base di partenza. Per poi giungere nel mezzo, capire, osservare, farsi un idea, e subito dopo ripartire; e se qualcosa va storto ricominciare, di nuovo, con continuità e costanza, fino a che si arriverà, alla fine, e solo alla fine, al momento decisivo, quando si dovrà concludere. E si concluderà pensando che tutto quello che è stato costruito, è di tutti ed è merito di tutti, non soltanto di chi alla fine, compiendo il gesto decisivo -mettendo il pallone in rete- , conquista l'applauso della folla, corre, da solo, esultando per la realizzazione.
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GLI AGGETTIVI POSSESSIVI NEL MONDO DEL PALLONE

Il senso di appartenenza, nel contesto sociale, gioca un ruolo enormemente importante. E' un collante fortissimo, che accomuna persone presumibilmente con idee e opinioni per lo meno simili. Nel nostro contesto sociale, quello odierno -frammentato in miriadi di piccoli universi- tutto questo acquista una posizione di indubbio rilievo. Il calcio è un enorme macchina sociale, che raggruppa intorno a sè le più disparate categorie. Dalla classe più bassa alla più alta, dall'operaio al regnante. Questa grande galassia di appassionati, tifosi più o meno accaniti, segue il calcio immedesimandosi, ognuno nel proprio club, ognuno nel personale spazio di mondo riservato alla fede sportiva. Ma è più che sport. Molto di più. Succede da ragazzini: la squadra che vince, diventa la tua squadra, molte volte funziona così. Può anche -e per fortuna- avvenire il contrario, o chissà, ancora qualcos'altro. Possiamo dire però, che le variabili sono tante, e la fede calcistica -senza considerare le questioni familiari nelle quali l'appartenenza si tramanda come fosse un mestiere- può determinarsi seguendo talvolta, schemi imprevedibili. Può capitare di appassionarsi ad un preciso club per caso, osservandone le vittorie, come abbiamo già detto, ma può anche succedere che con gli anni, crescendo, si capisca che qualcosa di inconscio, di poco chiaro, è andato a sposarsi con quella scelta, fatta probabilmente anni prima; e allora succede che oltre alla fede calcistica, si inizi a condividere lo stile, le idee, i concetti chiave della squadra per la quale si è deciso di tifare. Crescendo, appunto, si capisce che nel vivere, le sconfitte sono maggiori -proprio numericamente- alle vittorie, e che chi ha scelto di appassionarsi ad una squadra sempre vincente, forse, nella vita non vince granchè; o forse non si arriverà mai a pensarlo, si continuerà a sostenerla, perchè così si faceva da ragazzini, quando a scuola, il giorno dopo le partite, ci si raccontava di come fosse stato bello quel goal, o quanto fosse stata spettacolare la tal parata. In tutto questo però, gli aggettivi possessivi si sprecano. Se ne fa un uso spropositato, enormemente dispersivo. La tale squadra diventa la MIA squadra, il tal giocatore diventa il giocatore della MIA squadra; come se davvero fossimo proprietari non solo del club, ma degli uomini che ci giocano -ed oggi probabilmente è così-. Si tratta di cose da ragazzini, di meccanismi grammaticali che ci entrano dentro, prendono il via, e non spariscono più. Penso però che, guardando dall'esterno, forse si potrebbe avere una visione più limpida di tutto questo intricato mondo. Se si osserva, a fondo, dimenticando per un attimo le appartenenze, le miopie che queste comportano, le invidie -spero in minoranza-, ci si accorge che alla fine di tutto questo, i dribbling di Garrincha non sono di nessuno; che le capacità tattiche di Schiaffino, non appartengono a nessuno; che i goal di Pelè, di Van Basten, di Angelillo, non sono proprietà esclusiva dei club per i quali hanno giocato o delle nazionali alle quali appartengono, ma sono di tutti, di tutti quelli che si sono emozionati vivendoli, o semplicemente vedendoli in un video; di tutti quelli che si sono meravigliati dell'esistenza di calciatori capaci di scrivere pagine di storia moderna, come molti campioni hanno fatto. Questo sfugge dalle normali regole di aggregazione sportiva, per quanto nasconda in sè un concetto forse tanto banale quanto ignorato. Ma la macchina sociale non porta dietro di sè solo campioni, ma tanto altro; e se dovessimo davvero metterci a pensare al contorno, alla sporcizia morale che accompagna tutto questo, finiremmo per disgustarcene. Gli aggettivi possessivi continueranno ad esistere, ed è bene che sia così; sarebbe sicuramente più appagante però, se oltre a questi, oltre alle piacevoli rivalità, ci fosse anche un pò di spazio per l'idea, per il gesto, per l'attimo prima del goal; e se una rete -anche banale- fa esultare i tifosi, un goal spettacolare, unico, figlio di un superiotià palese, dovrebbe, far esultare tutti.
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MANCHESTER CITY: QUANDO VINCERE O PERDERE SIGNIFICANO BEN POCO


Ho sempre considerato poco chiare le dinamiche che portano a seguire e/o tifare per una determinata squadra. E' facile però accorgersi di come, periodicamente, a seconda della squadra egemone, si determinino nuovi appassionati, nuovi tifosi. Basta dare un occhiata alle classifiche che ogni anno si alternano per determinare quali siano le squadre più tifate nel mondo. Semplice la risposta: sempre le più vincenti. Sarà forse un immedesimarsi nel club tal dei tali, che ha vinto tot trofei? Non lo so, ma di certo queste classifiche -come forse i tifosi che le determinano- peccano di poca originalità. Naturalmente la vittoria, anche come concetto base, è importante ed esaltata. Anche in una partitella fra amici, chi, segnando un goal, non ha sentito anche quella piccola, minima, sottilissima soddisfazione? quindi questo è indubbio. Resta però il fatto, che solo di questo non si tratta, soprattutto nel nostro presente, dove la competizione è arrivata a permeare tantissimi aspetti del contesto sociale. A mio avviso diventa un dovere, dare spazio a chi magari, ha vinto poco, ma continua ad insegnare tanto. Qui, oggi, parliamo di Manchester City; una società vecchissima, che condivide, con molte altre società inglesi, un concetto di tifo e di calcio in generale, fuori dai soliti schemi determinati dalle vittorie o dalle sconfitte; ma il City ha forse, qualcosa in più da dire. Due campionati inglesi di massima divisione: 1937, 1968; due coppe di lega inglese: 1970, 1976; tre Community Shield: 1937,1968, 1972; quattro coppe di inghilterra: 1904, 1934, 1956, 1969; una coppa delle coppe: 1969-1970. Si nota immediatamente come tutti questi titoli, siano stati vinti in un epoca ormai scomparsa del calcio inglese e non solo, un mondo che oggi sarebbe come minimo paradossale. Prendiamo ad esempio il campionato '36-'37, che vide trionfare il Manchester City con 57 punti e che - ed è questa la cosa impensabile oggi- trascinò gli eterni rivali dello United nel baratro della Second Division. La classifica a fine anno recitava: Manchester City 57 punti, Manchester United 32. Reti messe a segno dal City: 107; dallo United:55. I citizens dovettero aspettare ben trentuno anni per gustare di nuovo il sapore della vittoria in campionato. Difficile dire quale delle due vittorie fu più esaltante per i tifosi. La prima vide i rivali scomparire dalla serie maggiore, la seconda invece, vide gli sky blues trionfare sui reds a due giornate dal termine, proprio quando tutto sembrava scontato. Fra i due campionati, a mio avviso, il secondo si riserva un posto tutto particolare nella storiografia calcistica dell'epoca, anche grazie agli artefici materiali che portarono al trionfo. Mike Summerbee, Francis Lee e Colin Bell contribuirono notevolmente al successo in quella stagione, e successivamente alla vittoria della Coppa delle coppe un anno più tardi. Calciatori sicuramente poco conosciuti dalle nostre parti, campioni meno famosi ma sicuramente non meno degni di ricordo. Colin Bell in particolare, forse il giocatore più rappresentativo, a mio avviso di quell'epoca del City, che rimase in squadra per oltre dieci anni, concludendo una carriera che a 29 anni, dovette per forza di cose prendere una piega diversa a causa di un infortunio che lo costrinse ad abbandonare il calcio di lì a poco. Ma forse a prescindere dai nomi, dai trofei, dalle situazioni, l'aspetto più entusiasmante del Manchester City, è rappresentato dai suoi tifosi, forse i più orgogliosi del mondo. Difficilmente ho visto tifoserie più romantiche di quella del City, e sarebbe lecito aspettarsi un atteggiamento del genere dai così detti "top clubs", cioè quelle squadre ai primi posti nelle classifiche citate precedentemente per numero di tifosi; e invece no, i supporters del Manchester City sono al top della personale classifica del sentimento calcistico. Sarà l'abitudine a vincere, l'arroganza -diventa forse una conseguenza naturale- che ogni vittoria si porta dietro, ma poche tifoserie di grandi squadre, possono vantare un atteggiamento simile. Qualche anno fa, il film Jimmy Grimble, tento di mostrare ad una fetta più ampia di popolazione anche non calcistica, cosa significhi crescere in un ambiente in cui un altra squadra egemonizza il concetto di sport, e con esso il concetto di vittoria. E' molto difficile spiegare tutto questo, ma penso che per il tifoso del City sia più importante l'idea, il senso di appartenenza, rispetto ai trofei in bacheca; come se tifare City significasse esimersi dai comuni concetti di agonismo, di competizione sportiva e con esso traguardi e vittorie. Spero che quest'atteggiamento prosegua anche adesso che la proprietà del club è passata nelle mani dei multimiliardari arabi, che l'odore dei soldi e della gloria non scalfiscano i forti sentimenti dei tifosi; che continuino a fare quello che hanno sempre fatto, vale a dire, pensare che poco importa se vinci o perdi, poco importa come finirà la partita, come finirà la stagione, è il Manchester City a giocare, e nulla è più importante di tutto questo.
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Partenza

Un blog per parlare di calcio, come ce ne sono tanti. Il mio però, cercherà di ritagliarsi una posizione un atipica; cercherà cioè, di distanziare il più possibile i concetti di calcio e ignoranza, proponendo una visione di questo sport -anche se di sport forse poco si tratta- più filosofica, poetica, sociologica. Nell'epoca della ricerca dell'eccesso, nella quale vale solo chi fa rumore, proverò ad osservare questo mondo con un occhio più fresco, proprio come quando da bambini, immaginandoci calciatori non venivano in mente né la bella macchina né la bellona di fianco, ma solo un campo verde, enorme, nel quale giocare continuamente.
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