IL GOL E' SOLO ALLA FINE
Costruirsi delle opinini non è cosa facile; ancor più complicato è construirsene di originali. Questo avviene in ogni campo del vivere e del sapere. Per Kant la prima forma di conoscenza, è frutto dell'eseperienza. Come a dire, da bambini si inzia a capire che urtare il gomito, ad esempio, contro uno spigolo, causa dolore: non lo si è letto in nessun libro ma lo si capisce perchè l'informazione ci arriva diretta, nella sua forma più pura. Oggi farsi delle idee, prescinde dall'esperienza. Sarebbe impossibile parlare solo di ciò che si conosce in prima persona; non si potrebbe più discutere della seconda guerra mondiale, a meno che non la si sia combattuta e lo stesso dirscorso potrebbe estendersi a tantissime altre categorie. Possiamo tranqullamente evincere che oggi, i contenuti delle nostre discussioni, non nascono dall'esperienza, ma dalla curiosità, dallo studio, dall'applicazione; di conseguenza la nostra capacità di creazione delle idee, delle opinioni, dipende direttamente da fattori esterni come giornali, televisione -aimè-, internet ed altri mezzi di comunicazione più o meno in voga. Una persona che voglia avere una propria opinione su un fatto di cronaca, di politica o di qual si voglia argomento, è "costretta" ad andarsi a leggere le impressioni altrui -leggerne più di una magari-, per mettere insieme le componenti necessarie. Il calcio, in quanto aggregatore sociale di dimensioni imponenti, non sfugge da questo meccanismo. Purtroppo i nostri, sono giorni di idee che tendono ad assomigliarsi un pò tutte, il che rende difficile il manifestarsi di impressioni realmente personali. Ci si accomoda nel salotto che più ci piace. Altrui, naturalmente. Sono stati scritti testi molto importanti sul concetto di manipolazione delle idee, e di certo non li riproporrò in questa sede. Il calcio, dunque, non è esente da questo tipo di discorsi. Si faccia una prova, si cerchi una delle tante classifiche -queste eterne dogmatiche classifiche- dei più forti calciatori di tutti i tempi. Quanti mediani trovate? quanti difensori? quanti uomini di fatica? pochi, veramente pochi, dico io. Provate a chiedere, ad un individuo qualunque, chi sia il miglior giocatore attualmente in circolazione: senza dubbio vi risponderà con i gettonatissimi Cristiano Ronaldo e Messi. Domandategli perchè. La risposta sarà scontatissima, così come scontatissime sono le motivazioni che riducono al solo fantasista, il primato di "migliore al mondo". Mettiamo in chiaro una cosa: non è mia intenzione sminuire il valore di questi calciatori, assolutamente, sarebbe una bestemmia; cerco solo di ragionare, evitando di incappare nella banalità. Mi sono spesso domandato, come si vincono le partite? senza dilungarci sulle variabili infinite che questo gioco ci offre, possiamo tranquillamente rispondere: segnando più dell'avversario. Così si vincono le partite. Ma, se bisogna fare almeno una rete in più dell'avversario, questo significa, automaticamente e senza ombra di dubbio, che bisogna prenderne una in meno, di rete. Ma allora perchè chi segna ha sempre più spazio di chi difende, se a parità di obiettivi, hanno compiti pressochè identici? -uno segnare e l'altro evitare che questo accada, quindi vincere- quanto vale una squadra con grandi fantasisti, ma con centrocampisti che non sanno creare gioco, o con difensori incapaci di difendere adeguatamente, di tenere le posizioni? è chiaro: il fantasista offre spettacolo, ed oggi questo vale più di qualunque altro concetto. Un buon reparto difensivo, un difensore diligente, ha meno probabilità di pubblicità legata all'immagine di un Cristiano Ronaldo o di un Robinho, e lungi da me voler ridurre tutto a questo, ma non credo sia una componente da sottovalutare. Con i calciatori appena citati, si entra in un mondo estraneo al giogo delle posizioni, dell'attenzione, della copertura; si entra nel mondo del mito. Il calciatore che con l'idea, il guizzo, risolve tutto, è una sorta di eroe, molto simile ai condottieri che a capo degli eserciti, solcavano i mari o percorrevano le terre. Così oggi ci si ritrova ad avere un idea personale, sul giudizio di un giocatore, senza magari aver mai messo piede in uno stadio; naturalmente ben venga, si tratta di uno sport popolare e nessuno propone verità assolute, ma forse sarebbe più utile per la salute delle nostre idee, fermarci a ragionare un attimo in più, prima di parlare. E' interessante l'esempio di David Beckham, uno dei calciatori più sponsorizzati al mondo. George Best -altro calciatore che ha goduto di un enorme pubblicità- dichiarò in un intervista nel 2000 che Beckaham "non sa calciare col sinistro, non sa colpire di testa, non sa contrastare e non segna molto. A parte questo è un buon giocatore." Beckham nel 2000 aveva 25 anni, e non era di certo il calciatore che conosciamo oggi, viveva il pieno della maturità calcistica, eppure, un icona del calcio inglese, lo definì praticamente un giocatore comune. Questo ebbe naturalmente poco peso, sulle sorti delle sue pubblicità o sulle opinioni dei suoi estimatori, ma non importa. Da un lato abbiamo orde di fan, di giornalisti, di estimatori e dell'altra un ex calciatore. Le opinioni sono contrastanti, ma nessuno può individuare in quale delle due, vi sia la verità. Resta però il fatto che il calcio, non è uno sport individuale, ma collettivo. L'individualità del calciatore funziona solo con il collettivo, non si può prescindere da questo. Sorrido quando ascolto i nomi di calciatori capaci di "cambiare le partite da soli". Non nego che questo possa succedere, ma siamo sicuri, che su un campionato di 38 partite, funzioni sempre in questo modo? 1 contro altri 11? non credo proprio. Forse il calcio per i più, è solo un passatempo, al quale dedicare giusto il week end, per altri sarà una valvola di sfogo, o forse no. Non posseggo leggi eterne. Penso però che i media contribuiscano a spoetizzarlo, ad appiattirlo, così come fanno con tutto il resto. Sarebbe bellissimo andare allo stadio e vedere che i bambini, invece di indossare le maglie di Messi, di Cristiano Ronaldo, di Kakà, in un impeto di follia, chiedessero ai loro padri di acquistare magliette di Sandro Salvadore, Giorgio Ferrini, o dei più recenti Vierchowod, Bergomi o Baresi. Quei calciatori privi di urgenze da spettacolo. Quanto sarebbe educativo tutto questo. Immagino il discorso, il calcio come metafora di vita, il padre insegna al figlio che le cose belle, grandi, preziose, si costruiscono col tempo, partendo dal basso, poco a poco; le si porta avanti, difendendole tenacemente, attraverso il passare dei giorni. Facendosi strada fra intemperie, difficoltà, per passare alla fase successiva; i sacrifici come base di partenza. Per poi giungere nel mezzo, capire, osservare, farsi un idea, e subito dopo ripartire; e se qualcosa va storto ricominciare, di nuovo, con continuità e costanza, fino a che si arriverà, alla fine, e solo alla fine, al momento decisivo, quando si dovrà concludere. E si concluderà pensando che tutto quello che è stato costruito, è di tutti ed è merito di tutti, non soltanto di chi alla fine, compiendo il gesto decisivo -mettendo il pallone in rete- , conquista l'applauso della folla, corre, da solo, esultando per la realizzazione.
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