MANCHESTER CITY: QUANDO VINCERE O PERDERE SIGNIFICANO BEN POCO

Ho sempre considerato poco chiare le dinamiche che portano a seguire e/o tifare per una determinata squadra. E' facile però accorgersi di come, periodicamente, a seconda della squadra egemone, si determinino nuovi appassionati, nuovi tifosi. Basta dare un occhiata alle classifiche che ogni anno si alternano per determinare quali siano le squadre più tifate nel mondo. Semplice la risposta: sempre le più vincenti. Sarà forse un immedesimarsi nel club tal dei tali, che ha vinto tot trofei? Non lo so, ma di certo queste classifiche -come forse i tifosi che le determinano- peccano di poca originalità. Naturalmente la vittoria, anche come concetto base, è importante ed esaltata. Anche in una partitella fra amici, chi, segnando un goal, non ha sentito anche quella piccola, minima, sottilissima soddisfazione? quindi questo è indubbio. Resta però il fatto, che solo di questo non si tratta, soprattutto nel nostro presente, dove la competizione è arrivata a permeare tantissimi aspetti del contesto sociale. A mio avviso diventa un dovere, dare spazio a chi magari, ha vinto poco, ma continua ad insegnare tanto. Qui, oggi, parliamo di Manchester City; una società vecchissima, che condivide, con molte altre società inglesi, un concetto di tifo e di calcio in generale, fuori dai soliti schemi determinati dalle vittorie o dalle sconfitte; ma il City ha forse, qualcosa in più da dire. Due campionati inglesi di massima divisione: 1937, 1968; due coppe di lega inglese: 1970, 1976; tre Community Shield: 1937,1968, 1972; quattro coppe di inghilterra: 1904, 1934, 1956, 1969; una coppa delle coppe: 1969-1970. Si nota immediatamente come tutti questi titoli, siano stati vinti in un epoca ormai scomparsa del calcio inglese e non solo, un mondo che oggi sarebbe come minimo paradossale. Prendiamo ad esempio il campionato '36-'37, che vide trionfare il Manchester City con 57 punti e che - ed è questa la cosa impensabile oggi- trascinò gli eterni rivali dello United nel baratro della Second Division. La classifica a fine anno recitava: Manchester City 57 punti, Manchester United 32. Reti messe a segno dal City: 107; dallo United:55. I citizens dovettero aspettare ben trentuno anni per gustare di nuovo il sapore della vittoria in campionato. Difficile dire quale delle due vittorie fu più esaltante per i tifosi. La prima vide i rivali scomparire dalla serie maggiore, la seconda invece, vide gli sky blues trionfare sui reds a due giornate dal termine, proprio quando tutto sembrava scontato. Fra i due campionati, a mio avviso, il secondo si riserva un posto tutto particolare nella storiografia calcistica dell'epoca, anche grazie agli artefici materiali che portarono al trionfo. Mike Summerbee, Francis Lee e Colin Bell contribuirono notevolmente al successo in quella stagione, e successivamente alla vittoria della Coppa delle coppe un anno più tardi. Calciatori sicuramente poco conosciuti dalle nostre parti, campioni meno famosi ma sicuramente non meno degni di ricordo. Colin Bell in particolare, forse il giocatore più rappresentativo, a mio avviso di quell'epoca del City, che rimase in squadra per oltre dieci anni, concludendo una carriera che a 29 anni, dovette per forza di cose prendere una piega diversa a causa di un infortunio che lo costrinse ad abbandonare il calcio di lì a poco. Ma forse a prescindere dai nomi, dai trofei, dalle situazioni, l'aspetto più entusiasmante del Manchester City, è rappresentato dai suoi tifosi, forse i più orgogliosi del mondo. Difficilmente ho visto tifoserie più romantiche di quella del City, e sarebbe lecito aspettarsi un atteggiamento del genere dai così detti "top clubs", cioè quelle squadre ai primi posti nelle classifiche citate precedentemente per numero di tifosi; e invece no, i supporters del Manchester City sono al top della personale classifica del sentimento calcistico. Sarà l'abitudine a vincere, l'arroganza -diventa forse una conseguenza naturale- che ogni vittoria si porta dietro, ma poche tifoserie di grandi squadre, possono vantare un atteggiamento simile. Qualche anno fa, il film Jimmy Grimble, tento di mostrare ad una fetta più ampia di popolazione anche non calcistica, cosa significhi crescere in un ambiente in cui un altra squadra egemonizza il concetto di sport, e con esso il concetto di vittoria. E' molto difficile spiegare tutto questo, ma penso che per il tifoso del City sia più importante l'idea, il senso di appartenenza, rispetto ai trofei in bacheca; come se tifare City significasse esimersi dai comuni concetti di agonismo, di competizione sportiva e con esso traguardi e vittorie. Spero che quest'atteggiamento prosegua anche adesso che la proprietà del club è passata nelle mani dei multimiliardari arabi, che l'odore dei soldi e della gloria non scalfiscano i forti sentimenti dei tifosi; che continuino a fare quello che hanno sempre fatto, vale a dire, pensare che poco importa se vinci o perdi, poco importa come finirà la partita, come finirà la stagione, è il Manchester City a giocare, e nulla è più importante di tutto questo.

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